Damdin
Decadent

Caro filè,
Vorrei che i nostri scritti fossero conservati e mostrati ai miei figli (si ne avrò) quando sarò morto con questa raccomandazione: questa e’ la vera amicizia, quella che non ha paura di parlare di se stessa, di essere autoreferenziale, di osare oltre i confini del proibito, questa e’ l’amicizia che si fa parola, e gioca con se stessa per formare mirabili operette.

(…)

Io invece sto capitombolando (con un briciolo di volontà e un briciolo di orgoglio) in un periodo in bilico tra il decadentismo, l’estetismo e il dandismo.
Ho ripreso di petto la perdizione, quella lercia e affascinante puttana che tenta di sedurmi dai primi pruriti adolescenziali. Pensavo di averla domata ma, così come la perversione con cui la dolce puttana va di pari passo, non ce l’ho fatta. Ci convivo, convinto del resto che la morte, l’annullamento, sia la chiave della comprensione dei misteri che ci avvolgono. Indeciso tra persona e personaggio mi affaccio a ogni giornata con sufficienza e spocchiosità antidemocratica, disprezzo profondo delle masse malpensanti e moraliste, e oltraggiosa voglia di ledere profondamente i loro sentimenti e le loro menti, di sedurli e abbandonarli.

Ma e’ solo un periodo… ho solo bisogno di riflettere. Di ritrovare un po’ quella guerra interiore, quel terremoto perenne che era la mia anima. La pace dell’anima e’ la morte dei sensi. Dio se esisti allontanala da me. Fammi soffrire e dannare finche non mi rendero conto che i sensi in realta non sono che un tuo strumento per distinguerci da te, la perfezione.
Ma del resto quanto volte ce lo siamo detti: umano, troppo umano… ecco cosa sono.

Scusa filè per aver voluto condividere queste elucubrazioni con te, vedo l’alba alla finestra e mi manchi tanto. Vorrei avere qualcuno con cui condividere sinceramente le mie lacrime e le mie gioie e mai nessuno ci e’ riuscito come te.

Ti voglio bene,